domenica 28 marzo 2021

Autocritica sulla propria depressione

 
Non credo di averlo mai scritto ma proprio in questo periodo l'anno scorso venni lasciato a casa da una società in cui ero appena entrato. Il motivo ufficiale fu la pandemia e la chiusura delle commesse. La causa ufficiosa è che per quella piccola società non andavo bene. Cose che capitano; nonostante io sia stato sempre trasparente e anzi mi sia svenduto al ribasso capita che chi ti sta davanti capisca fischi per fiaschi. A parte l'orgoglio professionale ferito non mi dispacque più di tanto: chiesi subito la naspi mentre l'Italia chiudeva bottega: letteralmente.

Ricordo le giornate tutte uguali in cui non riconoscevo più un giovedì da una domenica o un lunedì e la quotidianità divisa tra partite on line ai videogiochi, studio dell'impiantistica (non volevo "star fermo") le 2-3 ore a prender sole sulla soglia di casa (avendo un ingresso di casa al piano terreno indipendente e nascosto dove batteva il sole il pomeriggio ne approfittavo) e fare un po' di ginnastica. Provare a fare qualche ricetta (ovvero prendere pacchi di pasta scaduta da qualche mese e per non buttarla condirla con zucchine, peperoni o altro). Ricordo la voglia di fare pizza e pane e l'impossibilità di farli perché il lievito era più raro delle spezie nell'europa medioevale. L'angoscia di andare al supermercato perché odiavo, e ho sempre odiato fin da una biblica fila al terzo anno di università, fare le code. Come ricordo con piacere il prendere la macchina anche solo per 15 minuti per andare al supermercato e mi sentivo come in "Io sono leggenda" per il solo fatto di guidare in una città deserta.

In mezzo a tutto questo non ero preoccupato di non trovare lavoro. Ero stressato perché per 3 anni ero corso dietro ai mezzi pubblici e a cercare tempo che non trovavo mai. Volevo andarmene in montagna per sfruttare il tempo libero e dare un senso al tutto ma ovviamente il lock down lo impediva.

Nel mezzo di tutta questa calma apparente, questo silenzio questo tornare un po' ai tempi dell'università nei periodi in cui non lavoravo con il plus di esser solo ma in me si spezzò qualcosa.

In diversi anni di impegno e anche di sedute dallo psicologo avevo imparato a stare in mezzo alla gente ché la mia infanzia e adolescenza sono sempre state estremamente solitarie. Non tanto per mia scelta o carattere quanto per una serie di sfortunati eventi che non reputi tali finché non lo realizzi. Ebbene complice anche l'effetto "mal comune mezzo gaudio" mi sono riabituato, come in adolescenza a star bene da solo o meglio a sentire casa come una tana comoda da cui non uscire ma che allo stesso tempo una parte di me percepiva come una gabbia. In questo mio isolamento ho perso buona parte della forza propulsiva che mi ha spinto a cercare e cambiare lavoro quasi con rabbia in questi anni: la voglia di dimostrare a me stesso che valgo qualcosa e che "se voglio posso". La voglia di mettermi in gioco e di alzarmi ogni giorno e di affrontare una giornata lavorativa anche se non mi va. Vero è che ci sarebbe molto da dire su come abbia affrontato certe situazioni e come abbia cercato di evolvere in certi ambienti. Ebbene, molto di questo l'ho perso per strada; non mi sono mai preoccupato di rimanere senza lavoro perché sono nel grande nord e qui gli ingegneri li cercano sempre, era solo questione di tempo e tra tanti cialtroni che ti fanno solo perder tempo qualcosa avrei trovato. Così è stato ma non mi soddisfa. non mi soddisfa perché non mi piace il lavoro e non mi soddisfa perché mi sono accorto che non ho voglia di lavorare, che, se ti chiami Gianluca Vacchi non c'è problema, nel caso mio invece questo pensiero merita quanto meno una riflessione approfondita.

Lavorare mi è sempre piaciuto e per me la giornata perfetta non è aver riempito 8 ore guardando l'orologio ma avere, per 8 o più ore fatto qualcosa di cui esser fiero, di aver fatto la mia parte e di sentirmi parte di un qualcosa di produttivo. Insomma la voglia psicologica di sentirmi riconosciuta una utilità su questa terra, magari anche di sentirmi encomiare per quel che ho fatto. Queste cose le ho perse per strada. Ho una certa età e a causa di una vita che ho scelto coscientemente solo in parte (non voglio dire che io non c'ero ma sicuramente non mi hanno mai preparato alle conseguenze), una esperienza lavorativa "frammentata" e assolutamente insufficiente rispetto alla mia età, mi fanno venir paura di rimanere per strada. Certo, ho sempre pronto il piano "B": mettersi in gioco acquisendo professionalità tramite corsi specialistici che, per fortuna, nel mio campo, ancora valgono qualcosa; oltre alla possibilità di poter chiedere aiuto ad amici che mi farebbero lavorare con loro non tanto per fini economici quanto per migliorare le mie competenze. sarebbe l'ennesima gavetta ma almeno la farei su qualcosa che mi piace. Ci sarebbero anche dei piani "C", "D" ed "E". Quest'ultimo mi vedrebbe, disilluso ma oramai in pace andare a coltivare la terra che fu di mio nonno facendo l'agricoltore imparando a curare uliveto e vigna perché in fondo la cosa che più dà fastidio lavorativamente è essere ripresi ingiustamente e vivere in maniera stressante, e per quanto la vita della terra sia come un lancio di dadi legato a come si comporta la natura bisogna dire che l'idea che l'insalata non ti giudichi è allettante anche se c'è sempre il rischio che si pensi che sotto sotto ci sia una pavida incapacità di accettare le critiche.

In finale? Non si può vivere una vita intera cercando uno psicologo o rompendo le palle agli amici. Bisogna sapersi rimboccare le maniche, scegliersi dei binari e avere il coraggio di percorrerli con impegno e stoicità anche se quando te lo dici e ti motivi ti senti quasi il sangue scorrer pieno di forza dentro di te e credi che da lì a poco riuscirai a materializzare la forza che percepisci esattamente come nei cartoni animati quando il personaggio con la sola "aura" smuove il terreno o gli elementi. Poi la mattina dopo quando apri gli occhi non ti ricordi una beneamata e ritorni nel loop. Tante volte mi sono detto "adesso si cambia" per poi non cambiare nulla, finché non mi sono accorto che a volte bisogna sapersi ingannare: è un po' come chi vuol correre forte. Se non lo sai fare la domanda che ci si deve porre per prima è: "ma so camminare?" E credo che, nel mio caso, conti non tanto la capacità di stravolgere tutto in una nottata quanto di riuscire a ottenere piccoli risultati che possono sembrare insignificanti ma che ti cambiano e che ti fanno prendere altre direzioni.